Annacuccù. Tra i boschi di Riosogno la riscossa degli analfabeti parte dai ragazzi (Recensione)

Annacuccù è il primo romanzo di Primo Di Nicola, ex giornalista de «L’Espresso» e ex direttore del quotidiano «Il Centro». Lo ha recensito per Qualche riga d’Abruzzo Alfio Di Battista, funzionario di banca e scrittore, che ha al suo attivo due romanzi: Il confine invisibile e Onorevoli ipocrisie.


“Chi salva una vita salva il mondo intero”. Questa frase contenuta nel Talmud, il libro sacro dell’ebraismo, è iniziata a risuonarmi in testa alla fine della lettura di Annacuccù, romanzo di Primo Di Nicola edito da Castelvecchi Editore.

Nel libro si raccontano le vicende di Riosogno, un villaggio immaginario, una sorta di Macondo in Cent’anni di solitudine. Le montagne, i boschi, il fiume, le mammane con i loro riti pagani del malocchio, un mondo quasi magico, fra sacro e profano. Un posto dove le donne si raccontano fatti e pettegolezzi bisbigliando fra loro durante i rosari. E dove le statue dei santi incutono rispetto e timore come fossero i santi stessi.

In questo luogo che l’autore definisce paradiso in terra, fra boschi e limpide acque, gli uomini sono assorbiti dal duro lavoro del taglio della legna da vendere alla segheria. La domenica la passano in osteria, fra canti e bevute e serrate sfide al gioco della Morra. I ragazzi di Riosogno crescono così in un ambiente duro, dove i grandi hanno modi spicci, ruvidi, dove non c’è spazio per le mammolette come Cosmo, voce narrante della storia.

Annacuccù scorre infatti tra le pagine del diario di Cosmo, un ragazzino che vive le sue giornate spensierate alle prese con le prime pulsioni della carne e con l’ingenuo coinvolgimento nel sentimento dell’amore che nutre per Luce, sua coetanea che lo asseconda.

Insieme alla loro compagnia di amici – Ardo, Maggio, Domenico e altri – vivono gli anni dell’innocenza in un periodo che può essere collocato nel dopoguerra, all’inizio degli anni Cinquanta, e all’interno di un racconto capace di evocare la dimensione quasi onirica di un tempo passato che lascia, nella mente, il senso profondo delle radici del nostro malfermo presente.

Annacuccù annacuccù chi mette mo non mette più,

cavallo rosso cavallo bianco chi acchiappa acchiapperà.

Anche per questo i loro nomi non sembrano affatto scelti a caso: Cosmo, che annota ogni cosa sul suo diario, ha un nome vasto come l’universo, un’idea senza confini dove la fantasia può creare nuovi mondi e esplorare realtà parallele che prendono forma sulla carta paglia. Un lapis colorato e un pezzo di carta per aprirsi alle infinite possibilità della fantasia.

Poi c’è Luce, l’amata, con un nome che tradisce un’idea alta e pura dei sentimenti, come solo a quell’età può accadere. Ben presto però, l’innocenza dei ragazzi si trova a fare i conti con la realtà degli adulti. Una realtà che li sfiora per poi travolgerli completamente, nell’eterna battaglia fra il bene e il male.

La comunità di Riosogno è costituita per lo più da taglialegna, pastori e contadini semianalfabeti. È uno di quei borghi dell’Appennino Centrale che nel dopoguerra continua a soffrire lo spopolamento, già avviato agli inizi del ‘900. Cosmo è il figlio di un boscaiolo che ha imparato a leggere e scrivere. La sua generazione ha conseguito la licenza elementare e la mamma spera non segua le orme paterne.

Il sindaco di Riosogno si chiama Isso – “Lui” nello slang dialettale, una sorta di innominato, un piccolo ducetto che spadroneggia impunito con i suoi bravi che tengono sotto scacco tutto il paese. È proprio Isso a decidere di deviare il corso del fiume per fornire energia all’industria. Così facendo però, tutte le attività che ruotano attorno al fiume sono costrette a fermarsi.

Si ferma la cartiera e la segheria, diminuisce il lavoro dei taglialegna che approvvigionano la segheria e si asciugano gli orti senza più acqua. La catena si spezza e una piccola economia dalla tradizione millenaria è sacrificata sull’altare di un presunto progresso che trasforma pastori e contadini in minatori impiegati nella costruzione della galleria che trasformerà la corrente del fiume in corrente elettrica.

I padri di famiglia si ritrovano senza lavoro e iniziano a pensare sia arrivato il momento di contrastare Isso alle prossime elezioni comunali. Per farlo occorre però riuscire a presentare una lista alternativa. Lampa è il candidato chiamato a sfidare Isso, ma si rivela ben presto l’uomo della speranza tradita.

I ragazzini, sebbene spettatori silenziosi, sono osservatori attenti, e iniziano a farsi domande e a dubitare dei grandi. Intanto però la compagnia si assottiglia sempre di più: qualcuno finisce al brefotrofio, qualcun altro emigra con tutta la famiglia, altri vanno in collegio da frati. Sono gli anni della miseria e della rassegnazione. Cosmo vede il mondo cambiare attorno a sé, percependo il freddo di una solitudine che la sua sensibilità non può risparmiargli e solo nella sua amata Luce ritrova un senso nel futuro.

Di notte, il suo diario, diventa l’approdo certo delle sue insicurezze; è come se la scrittura lo proteggesse dalla disperazione per un destino già segnato. Ma la scrittura è anche la volontà di non voler dimenticare nulla di ciò che vive. La sua sfida di provare a fermare il tempo è inesorabilmente destinata a fallire, man mano che la consapevolezza delle cose del mondo si fa strada nel suo cuore e nella sua mente.

Ma non tutto è perduto. Se è vero come è vero, che chi salva una vita salva il mondo intero, Cosmo avrà vinto la sua sfida. Basta avere il coraggio di osare perché accadano le cose più incredibili e inaspettate. E il grandioso finale del libro non è solo un atto di ribellione scaturito da un ideale di giustizia, ma è anche un inno all’amicizia. È il riscatto di chi, rimasto per troppo tempo intrappolato in un disperato mutismo, riesce finalmente a liberare il proprio grido di libertà.

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