Fa freddo ma non c’è nessuno che lo fa
Fa freddo ma non c’è nessuno che lo fa.
Mi faccio sempre ridere perché, a volte, scambio per ego i limiti della mente. Se il freddo non lo pensiamo come qualcosa che agisce, se la natura non la pensiamo nei nostri termini, se non la chiamiamo, non la delimitiamo, finisce che non la sappiamo capire e non la sappiamo vedere. Riportiamo tutto a noi stessi e allora diciamo che la terra è bella quando fiorisce la primavera, che è triste quando le foglie cadono, che è sofferente quando i boschi vanno a fuoco, che è silenziosa mentre intorno a lei infuriano venti di burrasca e che è arrabbiata quando trema.
Ma la terra non trema per se stessa. La terra trema sotto i piedi di chi la calpesta, trema nelle teste, trema forte, trema piano, trema altrove, trema in gola dove continua a tremare con l’incedere della tradizione. La terra si apre, si chiude, non ci domanda il permesso, perché non potrebbe e noi a lei non lo abbiamo chiesto.
La terra è questa e non so se è giusto, di certi posti, dire che siano nostri. Forse siamo noi che apparteniamo a queste montagne, alle cime alte ma non scoscese, alla valle incastrata senza digrignare nel mordere le pareti, alla brina, alla tramontana, alla nebbia. Probabilmente siamo noi che apparteniamo a questo posto, che ne smussiamo gli angoli, che ci smussiamo gli angoli anche se fa sempre freddo, compreso in questo momento.
La temperatura è sotto lo zero, nevica da alcuni giorni, poi si riposa, poi rinevica e si posa e si sposa con il paesaggio che ha atteso la coltre gelida. Faceva freddo nel 1915, con tanti adulti pronti al fronte, tanti bambini nei letti, tante donne verso i campi. Era strana, pensandoci adesso, la vita di confine. Ma quand’è che abbiamo smesso di esserlo confine? Entroterra dell’entroterra di una regione che è sempre stata plurale, terra di conquista, snodo tra una monarchia e un papato, anfratto bramato da molti ma abitato davvero da chi, per demerito o fortuna, ci è nato. Di galli che cantano non se ne sentono più molti ma quella mattina, di un inverno che di risparmiarsi non aveva alcuna intenzione, a cantare era stata la gallina. Per i saggi custoditi dall’ombra sbilenca che fanno gli Appennini, quello lì era un presagio di malaugurio. Chissà quanti vi avranno prestato la mente e l’orecchio e quanti invece non sapevano neanche farlo.
Si chiamava Margherita, era nata da sei giorni e le era toccato farlo a Capistrello. Perì come perì l’unico luogo al mondo di cui aveva sentito l’aria. Perì anche Faustina e con lei il paese che aveva respirato per ottantatré anni. Morì Quirino a vent’anni, Mario a undici, Filomena a otto, Vincenzo a quaranta, Paola a ventisette… Morirono in quel momento e nelle ore a seguire, in tutti i paesi raccolti intorno alla terra che aveva tremato. Trentamila. Chissà quante speranze, quanti sogni, quanta normalità, occhiali forse pochi, coprirono le macerie. Chissà quanti duelli, faide, ricordi e provviste seppellì la neve. Chissà quale impeto nel petto di quella bambina che, mossa da tanto spavento, parlò per la prima volta la mattina del 13 gennaio 1915. Una mattina cominciata presto e venuta via con una lentezza disarmante, smorzata dalla neve e ratificata al ministero degli Interni solo nel pomeriggio. Chissà se qualcuno ha mai pensato a quanta rabbia sarebbe poi nata da quel tempo ovattato, di quanta rabbia avremmo dato colpa alla terra e con quanta invece saremmo stati impastati.
Ma la rabbia se ne va, la rabbia è una viaggiatrice molto più della paura. La rabbia può tornare, spesso lo fa, la paura invece soggiorna. C’è paura la prima volta che la terra trema e ti accorgi che non lo fa per se stessa. C’è paura la prima volta che capisci che se hai conosciuto la rinascita c’è stata per forza prima la distruzione. C’è paura quando non sappiamo più perché la terra fa la terra e noi siamo solamente degli umani.
Qualche riga d'Abruzzo
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Complimenti per il bellissimo articolo.
Mi viene da pensare Ke si diventa parte di un luogo non per diritto di nascita ma solo quando, col tempo, se ne apprezzano i pregi e se ne accettano i difetti!Nessuno sceglie dove nascere… ma può scegliere se viverci e al limite morirci! Margherita non ha potuto fare nemmeno questo!