Una-Yurta-sull-Appennino

Una Yurta sull’Appennino per resistere alla bestia sottoterra

Neve. Parioli. Padri. Diario. Macereto. Terremoto. Respiro. Yurta. Trappola. Neve.

Dieci parole per dieci titoli di capitoli, ma in fondo molto di più. Sono quelle scelte da Marco per creare un viaggio con un punto di partenza che è anche uno di arrivo, proprio seguendo le regole di “Dieci Anelli”, un gioco che il protagonista di questa storia faceva con la sorella quando erano entrambi piccoli e lei, più grande, trovava sempre il modo di aprirgli un nuovo spiraglio di tranquillità.

Il Marco in questione di cognome fa Scolastici e la storia, la sua storia, narrata quasi come un diario, è raccontata in Una Yurta sull’Appennino, pubblicato da Einaudi nel 2018 e diventato in breve tempo un tesoro di libro per chi si interessa al restare e per chi ha voluto conoscere da vicino luoghi e resilienze dei terremoti che hanno colpito il centro Italia in quei maledetti mesi a cavallo tra il 2016 e il 2017.

È proprio a causa del sisma infatti che Marco si ritrova a vivere in una Yurta montata a poche decine di metri dal suo casolare ormai inagibile. Eccolo spiegato il motivo dell’apparizione di una tenda mongola tra gli Appennini, per affrontare il freddo e proteggersi da tutto il resto, mentre lì fuori le bestie dell’azienda di famiglia che prima era del bisnonno e poi del nonno e poi del padre, chiedono di non essere lasciate sole per poter continuare a fornire il latte che dà sostentamento e produce formaggi così veri e veraci da riuscire a sprigionare, a ogni morso, un passato fatto di transumanze e sacrifici, amori e orologi nascosti nell’erba che rispuntano dopo un secolo.

Quello di Marco è infatti un viaggio a ritroso, che lo porta a riscoprire le storie dei padri e a rimettere in piedi metodi di produzione artigianale ormai dimenticati dopo aver fatto una scelta controcorrente; quella di riuscire a trovare il coraggio di lasciare la grande metropoli romana – dopo aver visto una foto in un bar dei Parioli che ritraeva l’albero sotto cui era cresciuto – per dare un senso al proprio futuro. Niente inutile laurea in Economia e commercio quindi, ma mani sporche di terra e pensieri in continuo tumulto quando la bestia che sta sottoterra si risveglia e mette in ginocchio prima Amatrice, poi le terre fiorenti delle Marche compresa la sua Macereto e infine si accanisce anche su quelle povere vittime rimaste sotto la neve di Rigopiano.

Eppure la trappola ordita dalla natura non riesce a imbavagliare la voglia di riconquista di un uomo che, pur di tornare a dare un senso alle cose vive di queste terre, è disposto a scendere a compromessi con il destino ma mai ad arrendersi. Per godere dei piccoli gesti quotidiani e, soprattutto, per ridare un senso alle fatiche, ai sogni e al modo di vivere di chi lo aveva preceduto. Sogni fatiche e ambizioni ritrovate su un diario scritto da un bisnonno semianalfabeta che allo stesso modo, parecchi anni prima, si era conquistato il proprio spazio in questo mondo difficile con abnegazione e improvvisazione della miglior specie.

Una Yurta sull’Appennino, allora, è un libro – scritto decisamente bene – in cui l’attaccamento alla propria terra è palpabile in ogni pagina. E i sentimenti per i propri affetti pure. Soprattutto quelli che vorrei descrivervi più nel dettaglio ma non posso, perché in tal caso vi toglierei l’effetto sorpresa nel leggere uno dei passaggi più toccanti del libro intero, che narra di quando il respiro viene a mancare e tornarlo a sentire è un mestiere difficile da imparare, tanto quanto montare una tenda mai vista prima a ridosso di un mondo che non è il suo ma lo diventerà più presto di quanto si creda.

 

[…] Il fatto è che la cosa è semplice e vera, e le cose semplici e vere non richiedono mai molte parole. Quelle le hanno inventate per dire tutto il resto. È lo stesso con il formaggio. Puoi spiegare un piatto che hai cucinato, ma con un formaggio c’è poco da spiegare. Il formaggio è semplice. Devi fare solo quattro cose: annusare, tagliare, mettere in bocca e masticare fino a che non diventa una pasta dove puoi trovare tutto quello di cui è fatto: le pecore che l’hanno prodotto, l’erba che hanno mangiato e il posto dove è stato stagionato. Se sei bravo abbastanza a non parlare, a prenderti il tempo che serve prima di dire «È pronto» oppure «È buono», puoi persino trovarci le persone che l’hanno creato, i loro sogni, le paure, l’avidità, la generosità, i sentimenti buoni e cattivi. Il formaggio è una muffa, un filtro e una materia magica come un amuleto. Assorbe, raccoglie, trattiene. È un animale che capisce, sente e respira. Si affeziona. Un bambino piccolo il cui animo è molle come cera calda che ogni piccola pressione del mondo e degli animi intorno può segnare […].

 

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Gianluca Salustri

Gianluca Salustri

Abruzzese forte e gentile. Redattore e curatore di contenuti con penna e tastiera. Dal 2006 nel mondo dell'editoria e della comunicazione. Se vuoi scoprire come posso esserti utile qui trovi un riassunto delle mie esperienze e i servizi che offro.
Gianluca Salustri
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